Premessa:
Nel nostro Paese, pressoché ogni territorio definisce con un termine diverso una realtà invece molto simile, e cioè quella costituita da una offerta residenziale rivolta ad una popolazione anziana con caratteristiche di disabilità più o meno marcata. Questo utilizzare terminologie diverse non ha un significato solo formale. Esso invece in qualche maniera introduce alla complessità ed alla diversità dei fattori che regolano le dinamiche degli Istituti, complessità che vanno oltre quelle più strettamente dovute alle necessità dell'utenza. Molte di tali complessità possono ascriversi nell'ambito del personale d'assistenza. Se accettassimo infatti di parlare, usando un solo termine, di nursing home, saremmo in qualche maniera obbligati a sottolineare l'assoluta rilevanza che tutto il personale ha nei confronti dei processi assistenziali. Non si evidenzia mai abbastanza, a mio giudizio, quanto la famosa qualità sia figlia, oltre che naturalmente di una adeguata organizzazione, della corretta applicazione professionale ed etica riconducibile al singolo operatore. Eppure, è ciò che consideriamo quando,nel nostro privato,decidiamo di avvalerci di un erogatore di servizi piuttosto che di un altro,fosse una banca o un'agenzia di viaggi. Nel mio lavoro, constato quotidianamente come siano gli operatori, singoli o sommati nell'equipe, a fare la differenza, più di ogni altra cosa. La progettualità organizzativa di chi è chiamato a coordinare un servizio non può esimersi dal partire con un lavoro di analisi delle caratteristiche, vorrei dire quasi extra-professionali, dei componenti del gruppo. Nei pochi minuti del mio intervento, vorrei cercare di sottolineare alcune almeno delle principali criticità che condizionano il lavoro degli operatori ancora prima che raggiungano l'utenza,in una sorta di back-office dei problemi.
La formazione
Nel nostro paese nessun professionista sanitario,escluso il geriatra, usufruisce di una formazione specifica sulle problematiche della terza età e della disabilità quando connessa, malgrado raccomandazioni in questo senso siano state formulate da fonti autorevoli, almeno per quanto riguarda la componente infermieristica. Neppure il personale ausiliario, anche quando fornito di un diploma tecnico, ha nel suo bagaglio un approccio strutturato alle mansioni specifiche. E' essenzialmente l'esperienza, cosa diversa dall'anzianità di servizio,a condizionare la concreta esecuzione delle attività assistenziali, naturalmente rapportandosi all'organizzazione che quel contesto si è data, e in relazione alla bontà ed alla tempestività delle normative di riferimento vigenti. Le iniziative di aggiornamento ed approfondimento ad esperienza lavorativa già iniziata costituiscono una certamente indispensabile necessità, tuttavia forzatamente parcellizzata e comunque non omogeneamente fruibile. E' necessario fare i conti con il diverso background culturale dei vari operatori, che rende poi difficile il creare un comune percorso di crescita professionale. Lavorare su tale percorso è una priorità che l'Ente si è data.Oltre a una serie di incontri su temi specifici quali le lesioni da decubito o la somministrazione dei farmaci,stiamo concludendo un progetto di cartella integrata su cui hanno collaborato tutte le professioni presenti. Al di là del risultato tecnico, è stata una importante occasione per sederci vicino nel tentativo di attuare, senza retorica, quel comune sentire che ci sembra propedeutico a qualunque crescita sul piano professionale e, perché no, umano e motivazionale. Ma se sul piano culturale riusciamo in qualche maniera ad intervenire, altri elementi meno aggredibili possono minare la coesione del gruppo.
Gli inquadramenti contrattuali
Per la maggior parte degli operatori,esclusi pochi fortunati, le condizioni contrattuali vanno a costituire una delle motivazioni più forti nella pratica quotidiana. Ciò comporta la legittima aspirazione ad un adeguato riconoscimento economico e sociale del proprio agire, ed a una organizzazione che tuteli anche gli interessi di chi lavora. Tutto ciò va chiesto e concordato con il datore di lavoro. Già, ma che succede se i datori di lavoro sono tanti? Per dare un'idea, nel nostro Istituto abbiamo personale di quattro cooperative diverse, oltre al personale dipendente, a quello convenzionato, a quello convenzionato ASL, alle partite IVA e magari altri che adesso non ricordo. Non dimentichiamo poi che il personale dipendente fa riferimento al contratto Enti Locali, cioè quello di Comuni e Province, con i quali evidentemente c'è poco da spartire, nell'operatività quotidiana. Non sono difficili da immaginare i riflessi che questo puzzle contrattuale porta quando poi ci si confronta su di un qualsiasi aspetto organizzativo. Si pensi ad esempio alla forzata disarmonia di stipendi e carriere o alle difficoltà che si colgono nell'integrazione dei livelli gerarchici e funzionali. In maniera diversa,ma con simile intensità rispetto le questioni della formazione, agli operatori viene richiesta una disponibilità che è difficilmente riconducibile ai binari della trattativa sindacale. Certo, dopo avere realizzato quante possano essere le occasioni per dividersi, sembra difficile procedere al prossimo punto.
L'integrazione tra le professioni
Diciamocelo: ma un geriatra ed un ausiliario, un infermiere e un'assistente sociale, o chissà chi con chissà chi altro, come fanno a condividere un approccio ed un piano terapeutico realmente praticabile? Non è un po' questo IL PROBLEMA? Eppure. Eppure non abbiamo scelta. Il paziente geriatrico ospite in residenza obbliga a quella multiprofessionalità nella gestione che è punto qualificante e vincolante. Le difficoltà cui abbiamo accennato nei punti precedenti non possono costituire un alibi per nessuno. Come già detto, si tratta di individuare quel terreno comune costituito dalla volontà di dare una risposta positiva alle richieste dell'utenza, senza anteporre certezze professionali e di status quando le stesse non siano direttamente finalizzate alla produzione del risultato, non per questo indulgendo a cameratismi di facciata che non servono a nessuno. Non è facile superare quella autoreferenzialità, quel comprensibile orgoglio che ciascuno di noi sente come facente parte del suo essere professionale. Si tratta in concreto di capire i punti di vista di persone che talvolta fatichiamo a riconoscere come colleghi. Ma dobbiamo riconoscere che l'incapacità relazionale all'interno del gruppo annulla ogni ipotetica superiore qualità scientifica del singolo, e i risultati che poi non arrivano aumentano il livello di stress di tutti i coinvolti.
Qualche altro problemuccio
Quanto può essere il livello empatico legittimamente richiedibile ad un operatore nell'assistere la stessa persona magari per 10 anni?
Che tipo di motivazione è presumibile nella quotidiana replica di atti spesso poco piacevoli nei confronti di pazienti che, per le loro patologie, di paziente non hanno nulla?
Come rapportarsi con familiari che sovente vivono come una colpa la scelta della istituzionalizzazione, e pretendono una loro via fai-da-te alle questioni assistenziali?
Come confrontarsi con una società che riconosce scarso valore a coloro che hanno fatto dell'assistenza una professione, preferendo mitizzare altri mestieri di ben minore concretezza sociale?
Non parliamo poi della modestia, della farraginosità,talora dell'apparente improvvisazione di molte normative, nazionali e non, figlie di logiche grossolanamente lontane dai modelli in uso in quelle nazioni che solo quando fa comodo vengono definite avanzate.
E due paroline in inglese,le vogliamo dire:burn-out?
Tanti sono gli interrogativi e le questioni, forzatamente solo accennati, la cui risposta richiede competenze superiori alle mie. Non posso che concludere perciò che facendo riferimento alla esperienza relativa alla realtà in cui opero. Il ruolo del personale di assistenza, allora. Fermo restando il dovere istituzionale di rispondere sempre e comunque a quel paziente straordinariamente complesso che da noi, nel suo essere paziente, non cessa di essere individuo, il personale eroga un servizio che sarebbe farsesco immaginare scevro da critiche, ancor più considerata la sostanziale inapplicabilità di certe finte opzioni, studiate a tavolino da chi poi non sarà mai chiamato a metterle in pratica. Nulla di autoassolutorio, però, anzi. Si deve pretendere, e ci mancherebbe. Si affacciano in Istituto persone che hanno vissuto una vita socialmente e culturalmente soddisfacente, e che seppure talvolta in maniera confusa, a causa della loro patologia, esprimono la volontà di ricevere quelle attenzioni, in realtà semplici e ben conosciute, che poi qualcuno verrà a certificare come indicatori di qualità. Ma si deve avere il coraggio,a tutti i livelli, di lavorare sulle criticità del sistema, rinnegando il fatalismo che pare insito nel confronto con i servizi pubblici, o l'alibi eterno delle scarse risorse. Si devono altrimenti accettare risultati instabili e raramente di piena soddisfazione. L'assistenza all'anziano non prevede, ad oggi, un futuro in cui tecnologie meccanico-farmaceutiche porteranno soluzioni miracolose, come è avvenuto per altre branche della medicina. Stiamo ancora discutendo sulla creazione di codici comuni, quali ad es. il V.A.O.R. Non può essere accettata la sommarietà di certi giudizi, e neppure il riferimento,quando si parla di personale d'assistenza, alla necessaria presenza di presunte vocazioni. Le vocazioni sono di pertinenza di ben altri ambiti. E' invece necessario comprendere lo sforzo di strutture come la nostra nell'orientarsi verso un verificabile aumento della soddisfazione espressa dall'utenza. La concretezza dei quesiti che ogni giorno ci vengono posti, in primis a chi è più vicino nel quotidiano dell'ospite, ci impone pari concretezza nel lavorare su procedure che affrontino le questioni oggetto di questo mio intervento, ed altre cui non è stato possibile accennare. L'approccio multidisciplinare, il confronto tra professionisti, il costo elevato, e non surrogabile, della risorsa umana devono essere riconosciuti da che di dovere come elementi di un disegno che, una volta reso omogeneo, non mancherà di produrre quella risposta che ciascuno di noi augura a se stesso e ai propri cari nell'ora del bisogno.